Perché le nazioni falliscono. Alle origini di potenza, prosperità, e povertà è un libro di Acemoglu e Robinson che cerca di rispondere ad una delle domande forse più importanti dell’economia: perché alcune nazioni sono ricchissime, mentre altre sembrano condannate ad una povertà estrema? Quali fattori possono spiegare le enormi disuguaglianze economiche tra Stati ricchi e Stati poveri?

La ricerca delle cause dello sviluppo economico da sempre interessa gli economisti. Non è un caso che uno dei libri fondamentali nella nascita della scienza economica moderna si intitoli proprio La ricchezza delle nazioni.

Robert Lucas, vincitore del Premio Nobel per l’economia nel 1995 e uno dei padri della moderna macroeconomia, ebbe addirittura a dire che il problema della disuguaglianza economica tra le nazioni è talmente importante che “è difficile trovare il tempo per pensare a qualsiasi altra cosa”.

I due autori di questo libro sono tra i massimi esperti di tematiche dello sviluppo economico. Daron Acemoglu in particolare, attualmente professore al MIT, ha vinto nel 2005 la John Bates Clark Medal, considerata il secondo premio più importante per gli economisti, dopo il Premio Nobel.

La tesi degli autori è tanto semplice quanto suggestiva, e documentata lungo tutto il libro con dovizia di esempi. La differenza tra nazioni ricche e nazioni povere non è dovuta a fattori geografici, culturali, o al fatto che le prime possono contare su conoscenze avanzate che le seconde non hanno. La principale causa delle disuguaglianze economiche tra Stati del mondo è legata a fattori istituzionali.

In pratica, le nazioni imboccano la strada della ricchezza e dello sviluppo economico quando si dotano di meccanismi istituzionali che favoriscono la crescita dell’economia e la distribuzione della ricchezza. Usando il linguaggio degli autori, le nazioni ricche sono ricche perché nel corso della storia hanno sviluppato istituzioni politiche ed economiche inclusive.

Quando ciò non accade, quando la principale preoccupazione dei responsabili al governo non è quella di creare più ricchezza, ma di appropriarsi in tutti i modi della ricchezza esistente, ecco che le nazioni falliscono e imboccano la strada discendente che porta all’aumento di povertà e miseria. In pratica, le nazioni falliscono in presenza di istituzioni politiche ed economiche estrattive, basate sul concetto che la ricchezza debba andare solo ai più forti.

Con una carrellata che parte dai conquistadores spagnoli e arriva agli stati poveri dell’Africa, passando per la Gran Bretagna della Glorious Revolution e per le vicende che portarono alla formazione degli Stati Uniti d’America, gli autori ci accompagnano in un affascinante viaggio lungo la storia economica del mondo.

Le nazioni prosperano e le nazioni falliscono, non per motivi esterni o ragioni antropologiche, ma sempre e soltanto per le azioni e le decisioni degli uomini. Questo da un lato induce all’ottimismo, perché è sempre possibile passare da istituzioni estrattive a istituzioni inclusive, dalla povertà alla ricchezza. Dall’altro lato, proprio la storia ci insegna come questo passaggio non sia così facile, e come molta strada resti ancora da fare.

Chi dovrebbe leggere il libro: questo non è solo un libro di economia, ma è anche un libro di storia e di politica. La lettura non è quindi consigliata solo agli economisti, ma anche a tutti gli appassionati di storia. Sarebbe poi una lettura obbligatoria per tutti i politici, se solo questi ultimi avessero veramente a cuore il destino delle nazioni che si trovano a governare. Proprio leggendo questo libro, purtroppo, troviamo varie prove a sostegno del fatto che i politici molto spesso non pensano al benessere di tutti, ma solo al loro tornaconto personale. Se questo è vero, allora, direi che questa lettura dovrebbe essere fatta da tutti i cittadini consapevoli, perché è solo la presenza di cittadini consapevoli che può mettere un freno agli errori dei politici approfittatori.

Citazione preferita: “Come vedremo, i paesi poveri sono tali perché chi detiene il potere fa scelte che producono povertà; sbaglia non per incompetenza o per ignoranza, ma di proposito. Per capirlo, occorre andare oltre la teoria economica e i consigli degli esperti su quale sia la cosa migliore da fare, e studiare invece come vengono effettivamente prese le decisioni, da chi e sulla base di quali fattori. Questo significa studiare la politica e i processi politici. Tradizionalmente, l’economia ha ignorato la dimensione politica, ma la comprensione di quest’ultima è decisiva per spiegare la disuguaglianza globale. Come scrisse l’economista Abba Lerner negli anni settanta: «L’economia si è guadagnata il titolo di regina delle scienze sociali scegliendo i problemi politici già risolti come proprio campo d’azione».
La nostra tesi è che il raggiungimento della prosperità dipende dalla soluzione di alcuni fondamentali problemi politici. Proprio perché ha sempre accantonato la dimensione politica, la teoria economica non è stata in grado di fornire un’interpretazione convincente alla disuguaglianza globale. Per spiegare queste sperequazioni abbiamo sempre bisogno degli studi economici su come le diverse politiche e organizzazioni sociali condizionino gli incentivi e il comportamento economico. Ma ci occorre anche un’analisi politica.”

 

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